
Lei ha una voce calda e avvolgente. Ma non solo, la sua voce è energica, graffiante, acuta e profonda. E’ salita sul palco indossando un abito un po’ anni ’80, con le spalline, nero e pieno di micro-specchietti riflettenti, in modo tale da assumere il colore delle luci, per diventare una cosa sola con la coreografia. E’ salita sul palco con uno scaldaspalle gigante, che scendeva lungo la schiena e le copriva la testa, nascondendole il viso, uno scaldaspalle fatto di tanti rettangoli argentei, che le davano l’aria da struzzo e che si muovevano seguendo i movimenti del suo corpo, dando l’idea di una danza tribale. Poi lo ha tolto. Il suo sorriso. La sua bocca grande, i denti bianchi, lo sguardo stupito o minaccioso. Un’ora e mezza circa di pura energia. Skin si dava al pubblico, facendosi trascinare e chiedendo di essere portata fino alla fine del parterre del Palasharp a Milano, durante la prima delle due date previste (la seconda è questa sera, a Firenze, da tempo sold out). Inutile dire che chi ha avuto l’occasione di stringerle la mano non ha pensato due volte a mollarla. Saltava sul palco come i bambini durante un gioco, accarezzava il pubblico con la sua voce e il suo sorriso, muovendo le mani lungo l’asta del microfono. Ha ringraziato in italiano e dopo essere scesa dal palco è ricomparsa con un balzo, dicendo “ero di là, ad aspettare che mi chiamaste”. Ha avuto la capacità di gestire sue momenti imbarazzanti per gli organizzatori delle sue date italiane: per ben due volte l’audio si è completamente spento, nessun suono, il microfono come inesistente, chitarra e basso spariti. E lei? Lei ha invitato tutti a urlare e cantare, sempre più forte, maledicendo il “fucking mixer, probabilmente pagato due lire” e chiedendo di portare a termine alcuni grandi successi del passato. Ha presentato Mark Richardson, alla batteria, saltando in piedi alla grancassa, Cass al basso dalle corde rosse e Ace alla chitarra.
Un concerto coinvolgente, adrenalinico.
Peccato però.
Peccato per i due problemi al mixer, perché alla fine è sempre l’artista che ci mette la faccia.
Peccato perché come spettatore mi sento presa in giro visto che il biglietto non era proprio così economico e da un concerto di quei livelli non ti aspetti due errori-inconvenienti così grossi (il ragionamento è semplice: se chi compra un giornale si incazza per i refusi, io che compro un biglietto per un concerto mi incazzo per i problemi audio. Perché non si tratta del concerto dei miei amici organizzato alla festa di paese, ma il concerto di una famosissima band). Peccato per l’organizzazione che non aveva previsto un’area “d’élite” sotto il palco (dove in realtà, in questo caso, con biglietto a posto unico, entrano solo i fans che hanno fatto una lunga coda e si sono presentati per primi all’apertura dei cancelli, quindi niente sovrapprezzo), più piccola, contenente solo un numero limitato di persone. Decisione, a mio parere, pericolosa: con una piccola area d’élite si potrebbe evitare troppa ressa di persone sotto il palco. Così la gente non rischia di farsi male e di fare la fine dell’hot dog.